Secondo i recenti dati Istat, il tasso di mortalità in Italia nel 2015 ha subito un’impennata: lo scorso anno ci hanno lasciato almeno 45mila italiani in più rispetto al 2014.

Morire, c’è sempre tempo…

Come molti sanno, il 2015 – secondo Istat – è stato anno particolarmente funesto. Il tasso di mortalità ha avuto una impennata: l’anno scorso ci hanno lasciato almeno 45mila italiani in più rispetto al 2014. Non sono pochi, rappresentano un medio capoluogo di provincia italiano e potrebbero anche raggiungere i 60mila, visto che i calcoli 2015 sembrano prudenziali, trattandosi di stime basate sui primi otto mesi.

Perché tutta questa fretta nel 2015?

Nessuno ad oggi sa bene che cosa sia successo, le concause possono essere molte, ma nessuna sembra essere abbastanza solida da costituire una vera spiegazione.  La popolazione è più vecchia, dunque più a rischio, i mesi invernali dello scorso anno abbastanza freddi e la carente campagna di vaccinazione anti-influenzale (paure diffuse che il vaccino fosse più dannoso dell’influenza stessa) sono altri fattori. Così come la relativa bassa mortalità degli anni 2013-2014, più favorevoli alla sopravvivenza. La dimensione dell’aumento di mortalità sorprende gli stessi demografi e fa notizia. La Repubblica titola: “Mortalità, impennata misteriosa nel 2015: Quei 45mila scomparsi come in una guerra”, alludendo al picco maggiore mai registrato in tempi di pace. L’ultimo picco fu proprio durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale.

Ma la cosa che solletica i ricercatori sociali, al di là della curiosità professionale per le statistiche, sono le conseguenze potenziali di un eventuale e non dimostrato “non allungamento” della vita umana. Tre sono le riflessioni, lievi, malgrado il tema impegnativo.

1. Dubitare dei trend lineari è buona cosa. Chi l’ha detto che noi vivremo più a lungo?

Il (poco) simpatico evento riportato da Istat ha in un colpo solo abbassato la speranza di vita dell’uomo italiano da 80,3 a 80,1 anni. Idem per la donna: da 85 a 84,7 anni. Improvvisamente, anche se solo per un attimo (cos’è un anno in fondo?) sono messe in dubbio le ipotesi sull’allungamento ineluttabile della vita umana. E se l’allungamento al quale abbiamo assistito nel dopoguerra fosse solo una parentesi storica? Data dal miglioramento improvviso delle condizioni di vita di organismi geneticamente temprati da secoli di malattie? Ci riferiamo alle generazioni forti e vigorose, quelle nate nella prima metà del ‘900, prima della terza rivoluzione industriale, insomma. L’allungamento della vita potrebbe interrompersi proprio con le generazioni dei boomer e successive. Chissà se gli indizi inquietanti che connotano queste generazioni avranno un peso: allergie, intolleranze e sindromi auto-immuni varie.

No, non è una nuova teoria del complotto, chi scrive non ha né dati né forti convinzioni per sostenere questa ipotesi (nè ci tiene particolarmente). Ma sostenere che vivremo fino a 120 anni semplicemente perché il trend passato è stato di allungamento della vita, non sembra ancora una ipotesi scientifica degna automaticamente di fiducia. Come dice il famoso disclaimer che si usa in finanza: “i risultati passati non sono indicativi di quelli futuri”. Calma, studiamo meglio la cosa, a noi boomer – perlomeno –  interessa…

2. E la mia pensione? (Il mio sistema previdenziale incorpora anche le ipotesi di non allungamento della vita?)

Le pensioni sono state ormai portate per le generazioni nate dagli anni Sessanta in poi attorno a quota 70 (di età), almeno per gli uomini. La motivazione è nota a tutti: l’allungamento progressivo della speranza di vita. Ora, la notizia del suo accorciamento – seppur solo per il 2015 – può generare ripensamenti?

Se confermata, andremo in pensione tre mesi prima? Tranquilli, nessuna speranza su questo versante. Ma è l’occasione per riflettere, al di là del giusto tema di sostenibilità della spesa per INPS e per lo Stato, sulla correttezza di un patto fra generazioni. Lasciamo stare il passato (chi ha dato ha dato…), ma ragioniamo su un patto contemporaneo fra società e individuo. Immaginiamo una speranza di vita di 80 anni (che è quella che abbiamo ora), una attività non professionale nei primi 25, una attività professionale nei successivi 45 (più o meno le stime per la pensione delle generazioni nate dopo gli anni Sessanta) e 10 anni di pensione. Questa prefigurazione appare sostenibile? Socialmente non molto, troppo sbilanciata sul dare (45 anni di contributi) e poco sull’avere (10 anni di pensione). Se la speranza di vita si spostasse nel frattempo verso i 90 anni, allora lo scambio sociale sarebbe più equo, gli anni di pensione diventerebbero 20. Ma appunto: ci possiamo contare?

Il nostro sistema previdenziale sembra costruito sull’ipotesi (felice) di allungamento continuo della speranza di vita. E questo ha un senso, sia sociale che gestionale. Ma se non si verificasse? Potremmo avere la pensione doppia o anticipare di 10 anni la stessa pensione? Sono ipotesi scherzose, ma il pensiero rimane. Con la seconda riflessione: i sistemi sociali (in questo caso, il previdenziale) per essere robusti devono anche essere molto flessibili, incorporando sia le ipotesi favorevoli (allungamento della speranza di vita), che quelle sfavorevoli (non allungamento significativo). Ma a questo punto non sappiamo più cosa veramente sperare…

3. Beati i giovani…

Le giovani generazioni sono state in questi anni guardate con sincero compatimento dai loro stessi genitori: meno opportunità professionali, paghe più basse, ingresso ritardato nel mondo del lavoro. Un futuro pensionistico di stenti (o quasi). La notizia dell’arresto della speranza di vita (per ora dei genitori, al massimo, dei nonni) assieme a quella della continua riduzione della popolazione italiana potrebbe far tornare l’ottimismo a questi giovani sul loro futuro di lungo termine. Non è affatto detto che si verifichi solo lo scenario più catastrofico per loro.

I giovani di oggi, fra i 30-40 anni, si troveranno in pochi (e con meno concorrenti…), ad ereditare le risorse accumulate da una popolazione italiana ben più grande, rappresentata dai loro genitori e dalle relative famiglie. Un eventuale rallentamento della speranza di vita accelererebbe poi il ricambio generazionale, trasformando questi “giovani poveri” (per la loro capacità di accumulo personale) in “ricchi” per le risorse accumulate dalle generazioni precedenti. Una ricchezza che probabilmente sarà fortemente basata su beni reali e immobiliari.

Un fenomeno nuovo nella storia di un Paese come l’Italia che ha vissuto un aumento della ricchezza (nel dopoguerra) accompagnato da una crescita della popolazione. Dalle parti del famoso 2050 potremmo assistere ad un trend che si inverte: chi resta non avrà accumulato molto di suo, ma rischia di ereditare molto dalle generazioni che l’hanno preceduto. Un’ipotesi suggestiva anche per i colleghi che si occupano di banche o di pianificazione finanziaria. Come classificheremo un cinquantenne (allora) con queste caratteristiche “ibride”? Sarà un cliente da Private Banking o mass market?

L’ipotesi, pur se suggestiva, potrebbe risultare infondata. In realtà, nessuno sembra poterlo affermare: non ci risulta esista uno scenario che inglobi questo fattore di concentrazione di ricchezza. Qualche numero può aiutare il gentile lettore a farsi comunque un’idea. La natalità delle famiglie italiane è certificata da Istat attorno agli 1,35 bambini (Istat 2015, dato in diminuzione), ben al di sotto del tasso di equilibrio demografico. La bassa natalità porterà nel 2050 la popolazione in Italia ad essere attorno ai 41 milioni (invece dei 55 di oggi, questo dato ovviamente non computa la quota di immigrati, ad oggi ufficialmente a 5 milioni).

Sono questi 41 milioni che, secondo ciclo di vita e fortune individuali, erediteranno la ricchezza creata dai genitori e dai nonni. Un eventuale “non allungamento” della speranza di vita dei genitori sarebbe poi un evento sentimentalmente doloroso per questi giovani, ma decisamente fausto dal punto di vista finanziario. Il tema dell’aumento delle aliquote sulle successioni, di cui si è vociferato nei giorni scorsi, potrebbe essere di grande interesse per tutti loro. In questa prospettiva, persino lo Stato potrebbe diventare più generoso sulle pensioni dei nostri figli.

Insomma alla fine, alla luce di tutti questi funesti pensieri, quelli che comunque ci perderanno saranno soprattutto i baby boomer.  Ci conviene allora pensare che l’arresto della speranza di vita segnalato da Istat sia solo un inciampo statistico. Contiamo allora sulle statistiche del 2016: aspettiamo una buona notizia.  Ma non vorremmo generare troppo ottimismo. Purtroppo: “anno bisesto… anno funesto”.