Il potenziale e le sfide della sharing economy

La sharing economy in Italia

La sharing economy in Italia risulta ad oggi molto famigliare. Tutti (100%) gli italiani conoscono almeno una soluzione fra le tante che compongono il ricco mondo della sharing economy.

Le più conosciute sono quelle relative alla condivisione di case per le vacanze o i viaggi (house sharing), seguite dal car&bike sharing, molto comune nei grandi centri, certamente non ancora diffuso in tutta la provincia italiana.

Circa il 20% degli italiani ha utilizzato almeno uno di questi servizi, sembra una percentuale bassa, ma rappresenta un mondo di condivisione composto da almeno 7 milioni di italiani. Non poco, per una innovazione tutto sommato recente.

È quanto emerge dalla ricerca “Moneysfera”, la multiclient proprietaria condotta sul tema delle innovazioni in ambito finanziario, presso un campione di popolazione italiana adulta con un minimo di alfabetizzazione finanziaria (intestatari di un conto corrente o di una polizza auto) ed esposti ad internet, circa 32 milioni di adulti su 50.

Sharing economy? Bene, ma non benissimo

L’interesse elevato verso la sharing economy ammonta a circa il 24% degli stessi italiani. Una quota non distante da quel 20% di user. Certo, un interesse più blando, che probabilmente non va oltre una considerazione ragionata sulle opportunità, è ascrivibile al 59% della popolazione (che significa che oltre al 24% di entusiasti, c’è un altro 35% di curiosi, ma non entusiasti).

In questi numeri c’è il potenziale ma anche il limite attuale della sharing economy. Ovvero la sharing economy segmenta e, oltre a creare entusiasmi, genera anche qualche dubbio e perplessità.

I contrari sono in fondo pochi, ma per convincere i tiepidi forse la sharing economy deve pensare meglio al suo sistema di offerta.

Il risultato che emerge dalle ricerche Eumetra MR, anche da quelle più focalizzate su specifici comparti, come l’automotive, tende a confermare questo quadro. Già oggi la sharing è un fenomeno di massa e non per una ristretta élite. Essa aggiunge scelte e soluzioni alla famiglia ed è apprezzata, ma non sostituisce il possesso, in molti mercati. La disponibilità di una prima auto sotto casa resta, ad esempio, fondamentale. Mentre una seconda auto, nel caso sia richiesta solo in alcuni momenti e periodi, si presta bene ad essere sostituita. L’esempio esprime bene la logica flessibile ed orientata al risultato di qualità e a soluzioni a costo ragionevole e si applica ad altri settori.

La sharing economy e il benessere della famiglia

L’impatto della sharing economy è elevato quando libera risorse e le rende flessibili e in sincrono con il bisogno famigliare. Il suo impatto consente, ad esempio, alle famiglie di riprendere la curva dell’accumulo del risparmio e di alimentare il benessere famigliare, spostando risorse da un comparto all’altro del proprio bilancio.

Non è un caso che la famiglia usi la sharing economy per centrare i suoi obiettivi:

  • per raggiungere obiettivi di controllo delle spese nel bilancio famigliare;
  • per liberare risorse per il futuro (accumulo di risparmio per i progetti che contano della famiglia);
  • infine, come  strategia collaterale, che consente alla famiglia di “permettersi il meglio” e di non farsi mancare nulla.

Tutti obiettivi che hanno un unico scopo; la massimizzazione del benessere per gli individui e la famiglia. Un obiettivo ben oltre la sua prospettiva di micro-servizio settoriale.

La sharing economy e la sua utilità sociale

In questa prospettiva, la sharing economy non è rilevante solo per chi la offre, che sia un Airbnb, una compagnia di noleggio auto o una istituzione locale, ecc.

La sharing economy in questa “visione strategica” per la famiglia dovrebbe essere gestita o perlomeno non trascurata da tutti i player che per vocazione si occupano di supportare la famiglia: banche, assicurazioni, consulenti finanziari, ma anche mediatori creditizi, commercialisti, imprese dei servizi ed ogni altro settore interessato a porsi di fianco alla famiglia, nel supporto alla sua economia e bilancio.

La sharing economy va dunque al di là del suo scopo funzionale: crea benessere ed aumenta le soluzioni e le opportunità per la famiglia. Purtroppo talvolta essa aumenta anche – come capita a tante innovazioni – la complessità per la famiglia stessa.

Ad esempio, in molti territori, le soluzioni di sharing economy risultano competitive senza sviluppare vere strategie coop-etitive (un blend di cooperazione e competizione), che riducano la complessità per gli user. Si pensi al car sharing in un medesimo territorio. L’esempio di Milano con 4-6 servizi in competizione sul car sharing e 3 sistemi in competizione sul bike sharing. Una piattaforma unificata che fornisca soluzioni cooperative orientate allo sviluppo del settore, agli user e ai player che comunque dovrebbero mantenere le loro strategie competitive potrebbe ridurre la complessità. Evitando una innovazione che procede a strati successivi e fatica a costruire sistema sul territorio, per le famiglie.  Per lo sviluppo della sharing economy, dunque, servono anche player – privati e pubblici, come le stesse amministrazioni comunali, ad esempio – che riducano la complessità e il “customer effort” dell’utente nell’approccio e nell’ottimizzazione dell’uso dei servizi in condivisione.